lunedì 24 dicembre 2012

LA PACE DI NATALE


Gli auguri di Karibuni affidati alle parole del Card. Martini


Tra Mi sono sempre sentito a disagio con la facilità con cui a Natale e poi a Capodanno si fanno gli auguri di beni grandiosi e risolutivi, auspicando che le feste che celebriamo portino pace, salute, giustizia, concordia.
Quando diciamo queste parole sappiamo bene che per lo più non si avvereranno e passata l'euforia delle feste ci troveremo più o meno con gli stessi problemi . Non è questa l'intenzione della Chiesa nel celebrare la festa del Natale.
Essa intende ricordare con gratitudine il piccolo evento di Betlemme che, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci permette di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita , in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato dalle vicende umane dalla presenza del figlio di Dio. Ma non ci si limita al ricordo commemorativo. Si proclama la fiducia nella venuta di Colui che «tergerà ogni lacrima dai loro occhi», per cui « non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno » (Apocalisse 21,4) e si rinnova la speranza con al quale « noi aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Pietro 3,13). Per questo il grido dei primi cristiani, riportato nella pagina conclusiva dell'Apocalisse, era: « Vieni, Signore Gesù! ».
Ma questa attesa non è passiva: essa è ispiratrice di tutti quei gesti che pongono fin da ora segnali di giustizia, di riconciliazione e di pace di questa nostra terra pur così tormentata da lacerazioni e ingiustizie. In questo senso anche lo scambio di auguri di contenuto alto può esprimere la volontà di impegnarsi e la fiducia nella forza dello spirito che guida gli sforzi umani. È ciò che auspica il messaggio del Papa per la giornata della Pace che si celebrerà ancora una volta (fu istituita da Paolo VI nel 1968, in un momento di gravi difficoltà internazionali) il primo gennaio 2004.
Si sottolinea in questo messaggio la particolare urgenza di «guidare gli individui e i popoli a rispettare l'ordine internazionale... La pace e il diritto internazionale sono intimamente legati far loro: il diritto favorisce la pace». Nel diritto internazionale vengono espressi « principi universali che sono anteriori e superiori al diritto interno degli Stati, e che tengono in conto l'unità e la comune vocazione della famiglia umana ». Per questo é necessario che l'Organizzazione delle Nazioni Unite sia in grado di funzionare efficacemente. Lo diceva già Giovanni Paolo II nell'Enciclica "Sollecitudo rei socialis" (1988): « L'umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile del suo autentico sviluppo, ha oggi bisogno di un gradi superiore di ordinamento internazionale ». Un momento particolarmente doloroso di questa fase di sviluppo è dato dalla piaga funesta del terrorismo, «che è diventata in questi anni più virulenta e ha prodotto massacri efferati, che hanno reso sempre più irti di ostacoli la via del dialogo e del negoziato, esacerbando gli animi e aggravando i problemi, particolarmente nel Medio Oriente». Tuttavia non bastano soltanto operazioni repressive punitive. Occorre fare una coraggiosa analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi agli attacchi terroristici, educare al rispetto dei diritti umani che sempre più si presenta come una condizione preliminare per ogni società per ogni società futura e rimuovere «le cause che stanno all'origine delle situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi». Ma occorre anche agire in positivo, superando le pure esigenze della giustizia con la dinamica dell'amore. In questo senso il Natale é portatore di speranza, perchè inserisce visibilmente e indelebilmente nella storia il principio personale dell'amore e del dono di sè, che é Gesù Cristo stesso. L'amore porta anche al perdono, senza il quale, ammonisce il Papa, non ci sarà mai pace: « Non c'è pace senza perdono! Lo ripeto - dice Giovanni Paolo II - anche in queste circostanze avendo davanti agli occhi, in particolare, la crisi che continua a imperversare in Palestina e in Medio Oriente: una soluzione ai gravissimi problemi di cui da troppo tempo soffrono le popolazioni di quelle regioni non si troverà fino a quando non ci si deciderà a superare la logica della semplice giustizia per aprirsi anche a quella del perdono ». In questo quadro ci permettiamo allora di rinnovarci per Natale e per il nuovo anno anche gli auguri più alti e impegnativi, con la fiducia che non sono solo parole ma premesse di fatti coraggiosi per un avvenire migliore per tutti.
(da "La Repubblica", 24 dicembre 2003)

sabato 1 dicembre 2012

Il 2013 anno nero dei servizi sociali: "Dai nuovi fondi benefici fra molti mesi"

Per Cristiano Gori (Cattolica) inizia il periodo più difficile: i comuni hanno già fatto i salti mortali e non hanno più alternative. Ecco situazione e prospettive sul futuro del sociale. Con un appello al terzo settore: "Passate dalla difesa all'attacco". ROMA - Il 2013 sarà l'anno nero per i servizi sociali dei comuni italiani e neppure gli ultimi recentissimi stanziamenti sul sociale potranno incidere su una situazione che si preannuncia quanto mai critica. A segnalarlo è Cristiano Gori, docente di Politiche sociali all'Università Cattolica di Milano, nel corso del convegno organizzato dal Centro nazionale per il volontariato insieme ad Anci e Forum Terzo Settore sul futuro del volontariato dopo la crisi. Gori fa presente che nel corso del 2013, infatti, non si potrà contare su almeno due fattori che hanno contribuito, nell'anno che sta per finire, a tenere a galla i servizi: "In primo luogo - dice - finirà l'effetto trascinamento, cioè non ci saranno più fondi pregressi relativi agli anni precedenti che laddove disponibili ormai sono stati tutti usati nel corso del 2012; in secondo luogo, poi, i comuni non avranno più la possibilità di ‘giocare' all'interno del proprio bilancio, spostando sul sociale fondi sottratti ad altre voci di bilancio, semplicemente perché ciò che poteva essere spostato è stato già spostato". La situazione, peraltro, non potrà neppure essere migliorata in modo sensibile dai recenti stanziamenti previsti dalla legge di stabilità (500 milioni secondo il testo votato alla Camera, cui potrebbero aggiungersene di ulteriori in seguito alla protesta dei malati di Sla sulla non autosufficienza): "Se anche la legge di stabilità confermasse tali somme, considerati i vari passaggi istituzionali per il riparto, anche con la Conferenza delle regioni, è chiaro che difficilmente potranno essere a disposizione dei comuni prima di un anno o quasi". Gori traccia la storia degli interventi sociali della "seconda repubblica", contestando l'argomento sempre usato del "non ci sono risorse per il sociale" e del "la crisi ci obbliga a tagliare il sociale", e ricorda che fra il 1996 e il 2008 a fronte di un "generico consenso a favore dello sviluppo dei servizi sociali" si è avuta una crescita della spesa molto parziale: dallo 0,3% del Pil del '95 allo 0,46%, ben lontano dagli obiettivi (1,4% del Pil) individuati a suo tempo, nel '96, dalla Commissione Onofri. "In anni di spesa crescente - nota il docente - sarebbe stato agile incrementare la spesa per i servizi sociali comunali", ma al netto di un lieve maggiore intervento da parte dei governi di centrosinistra è chiaro che "la politica non è riuscita a incidere e nessuno è riuscito davvero ad agire in profondità". Il governo attuale di fatto ha mantenuto sul tema la stessa impostazione del precedente, "e anche le recenti notizie sul finanziamento di alcuni fondi a carattere sociale sono da ascrivere perlopiù a iniziative parlamentari" (le quali, per quanto positive, vanno comunque giudicate per ciò che sono, "una pezza che vale per un anno").
Insomma, dice Gori, "guardando all'impegno politico sul sociale non c'è mai stata una forza politica che abbia visto il sociale come un ambito prioritario": "Nel corso della seconda repubblica questa battaglia per il welfare - dice Gori rivolgendosi proprio ai protagonisti del mondo del terzo settore - non è stata persa, semplicemente non è stata combattuta". Il che, vista in prospettiva futura, è anche una buona notizia, perché "ci dice che non è scritto nel destino che debba andare sempre così come finora è andata". Attenzione però, dice Gori, perché non ci si può più cullare sugli allori pensando che se un giorno la crisi finirà e ci saranno più risorse, esse andranno al sociale: anche in futuro, e anche in una situazione di nuovo aumento della spesa pubblica, "le pressioni per destinare tale spesa a questo o a quell'altro settore saranno sempre superiori alle risorse disponibili. Se il sociale non diventerà una priorità, quindi, non migliorerà la sua condizione attuale". Visto sul versante dei rappresentanti del terzo settore questa situazione ha una conseguenza: "Non dovrete più solamente dire che servono più soldi al sociale, ma bisognerà dire da dove vanno presi, a quali altre voci occorre rinunciare". E' insomma un "gioco di alternative", che metterà insieme sociale, istruzione, cultura, lavoro, sicurezza e più in generale tutti gli ambiti della vita civile. In termini più generali, poiché "ormai non si inventa niente", Gori afferma che il modello cui tendere è quello attuato in tutta l'Unione europea, basato su tre pilastri: le risorse, i servizi, i diritti. I fondi - almeno la gran parte di essi - devono arrivare dallo Stato, che "dà poche regole chiare e condivise" e si impegna a monitorare l'attività di resa dei servizi a livello locale, il tutto dentro una definizione dei diritti (i livelli essenziali) che danno tutela giuridica ai cittadini. Il terzo settore, e i suoi organismi di rappresentanza, devono poi fare un ulteriore passo avanti: "Passare dalla difesa all'attacco". Soprattutto nell'ultimo anno, il che è molto positivo, si è notata una "capacità di risposta immediata" di fronte a intenzioni della politica: la delega assistenziale, l'aumento dell'Iva alle cooperative, la revisione delle tabelle di invalidità, la tassazione sulle pensioni di invalidità, sono tutti esempi di come si è sviluppata in questo mondo la capacità di rispondere nello specifico, con dati tecnici, alle intenzioni di intervento della politica. "Bisogna però fare di più, passare ad un'ottica propositiva, cercando di orientare gli interventi e i cambiamenti a beneficio di tutti". Da: www.superabile.it