sabato 1 dicembre 2012

Il 2013 anno nero dei servizi sociali: "Dai nuovi fondi benefici fra molti mesi"

Per Cristiano Gori (Cattolica) inizia il periodo più difficile: i comuni hanno già fatto i salti mortali e non hanno più alternative. Ecco situazione e prospettive sul futuro del sociale. Con un appello al terzo settore: "Passate dalla difesa all'attacco". ROMA - Il 2013 sarà l'anno nero per i servizi sociali dei comuni italiani e neppure gli ultimi recentissimi stanziamenti sul sociale potranno incidere su una situazione che si preannuncia quanto mai critica. A segnalarlo è Cristiano Gori, docente di Politiche sociali all'Università Cattolica di Milano, nel corso del convegno organizzato dal Centro nazionale per il volontariato insieme ad Anci e Forum Terzo Settore sul futuro del volontariato dopo la crisi. Gori fa presente che nel corso del 2013, infatti, non si potrà contare su almeno due fattori che hanno contribuito, nell'anno che sta per finire, a tenere a galla i servizi: "In primo luogo - dice - finirà l'effetto trascinamento, cioè non ci saranno più fondi pregressi relativi agli anni precedenti che laddove disponibili ormai sono stati tutti usati nel corso del 2012; in secondo luogo, poi, i comuni non avranno più la possibilità di ‘giocare' all'interno del proprio bilancio, spostando sul sociale fondi sottratti ad altre voci di bilancio, semplicemente perché ciò che poteva essere spostato è stato già spostato". La situazione, peraltro, non potrà neppure essere migliorata in modo sensibile dai recenti stanziamenti previsti dalla legge di stabilità (500 milioni secondo il testo votato alla Camera, cui potrebbero aggiungersene di ulteriori in seguito alla protesta dei malati di Sla sulla non autosufficienza): "Se anche la legge di stabilità confermasse tali somme, considerati i vari passaggi istituzionali per il riparto, anche con la Conferenza delle regioni, è chiaro che difficilmente potranno essere a disposizione dei comuni prima di un anno o quasi". Gori traccia la storia degli interventi sociali della "seconda repubblica", contestando l'argomento sempre usato del "non ci sono risorse per il sociale" e del "la crisi ci obbliga a tagliare il sociale", e ricorda che fra il 1996 e il 2008 a fronte di un "generico consenso a favore dello sviluppo dei servizi sociali" si è avuta una crescita della spesa molto parziale: dallo 0,3% del Pil del '95 allo 0,46%, ben lontano dagli obiettivi (1,4% del Pil) individuati a suo tempo, nel '96, dalla Commissione Onofri. "In anni di spesa crescente - nota il docente - sarebbe stato agile incrementare la spesa per i servizi sociali comunali", ma al netto di un lieve maggiore intervento da parte dei governi di centrosinistra è chiaro che "la politica non è riuscita a incidere e nessuno è riuscito davvero ad agire in profondità". Il governo attuale di fatto ha mantenuto sul tema la stessa impostazione del precedente, "e anche le recenti notizie sul finanziamento di alcuni fondi a carattere sociale sono da ascrivere perlopiù a iniziative parlamentari" (le quali, per quanto positive, vanno comunque giudicate per ciò che sono, "una pezza che vale per un anno").
Insomma, dice Gori, "guardando all'impegno politico sul sociale non c'è mai stata una forza politica che abbia visto il sociale come un ambito prioritario": "Nel corso della seconda repubblica questa battaglia per il welfare - dice Gori rivolgendosi proprio ai protagonisti del mondo del terzo settore - non è stata persa, semplicemente non è stata combattuta". Il che, vista in prospettiva futura, è anche una buona notizia, perché "ci dice che non è scritto nel destino che debba andare sempre così come finora è andata". Attenzione però, dice Gori, perché non ci si può più cullare sugli allori pensando che se un giorno la crisi finirà e ci saranno più risorse, esse andranno al sociale: anche in futuro, e anche in una situazione di nuovo aumento della spesa pubblica, "le pressioni per destinare tale spesa a questo o a quell'altro settore saranno sempre superiori alle risorse disponibili. Se il sociale non diventerà una priorità, quindi, non migliorerà la sua condizione attuale". Visto sul versante dei rappresentanti del terzo settore questa situazione ha una conseguenza: "Non dovrete più solamente dire che servono più soldi al sociale, ma bisognerà dire da dove vanno presi, a quali altre voci occorre rinunciare". E' insomma un "gioco di alternative", che metterà insieme sociale, istruzione, cultura, lavoro, sicurezza e più in generale tutti gli ambiti della vita civile. In termini più generali, poiché "ormai non si inventa niente", Gori afferma che il modello cui tendere è quello attuato in tutta l'Unione europea, basato su tre pilastri: le risorse, i servizi, i diritti. I fondi - almeno la gran parte di essi - devono arrivare dallo Stato, che "dà poche regole chiare e condivise" e si impegna a monitorare l'attività di resa dei servizi a livello locale, il tutto dentro una definizione dei diritti (i livelli essenziali) che danno tutela giuridica ai cittadini. Il terzo settore, e i suoi organismi di rappresentanza, devono poi fare un ulteriore passo avanti: "Passare dalla difesa all'attacco". Soprattutto nell'ultimo anno, il che è molto positivo, si è notata una "capacità di risposta immediata" di fronte a intenzioni della politica: la delega assistenziale, l'aumento dell'Iva alle cooperative, la revisione delle tabelle di invalidità, la tassazione sulle pensioni di invalidità, sono tutti esempi di come si è sviluppata in questo mondo la capacità di rispondere nello specifico, con dati tecnici, alle intenzioni di intervento della politica. "Bisogna però fare di più, passare ad un'ottica propositiva, cercando di orientare gli interventi e i cambiamenti a beneficio di tutti". Da: www.superabile.it

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